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"Il dominio borghese come emanazione e risultato del suffragio universale, come espressione della volontà popolare sovrana, questo è il significato della Costituzione borghese". K. Marx
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Conferenza Lavoro

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Premessa

Nel primo trimestre 2013 si accentua la diminuzione su base annua del numero di occupati (-1,8%, pari a -410.000 unità). La riduzione degli uomini (-2,5%, pari a -329.000 unità) si associa a quella delle donne (-0,9%, pari a -81.000 unità). Al persistente calo degli occupati più giovani e dei 35-49enni (rispettivamente -421.000 e -220 mila unità) continua a contrapporsi la crescita degli occupati con almeno 50 anni (+231 mila).

Nell'industria in senso stretto prosegue la flessione dell'occupazione, con un calo tendenziale del 2,5% (-116.000 unità), concentrato nelle imprese di media e grande dimensione; si accentua la contrazione di occupati nelle costruzioni (-11,4%, pari a -202.000 unità). Dopo la tenuta dei trimestri precedenti, l'occupazione si riduce anche nel terziario (-0,4%, pari a -60.000 unità), interessando quasi esclusivamente gli indipendenti.

Non si arresta il calo degli occupati a tempo pieno (-3,4%, pari a -645.000 unità rispetto al primo trimestre 2012), che in circa metà dei casi riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-2,8%, pari a -347.000 unità). Gli occupati a tempo parziale continuano ad aumentare in misura sostenuta (6,2%, pari a +235.000 unità), ma la crescita riguarda esclusivamente il part time involontario.

Torna a calare anche il lavoro a termine (-3,1%, pari a -69.000 mila unità), cui si accompagna la diminuzione per il secondo trimestre consecutivo dei collaboratori (-10,4%, pari a -45.000 unità).

Il numero dei disoccupati, pari a 3.276.000, è in ulteriore forte aumento su base tendenziale (17,0%, pari a +475.000 unità). L'incremento, diffuso su tutto il territorio nazionale, interessa in oltre sei casi su dieci le persone con almeno 35 anni. Il 55,2% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più.

Si riduce la popolazione inattiva (-0,8%, pari a -114.000 unità), principalmente a motivo della discesa di quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare. Il calo riguarda le donne in tutte le classi di età e gli uomini solo tra 55 e 64 anni.

I dati del primo trimestre 2013 dicono che in Provincia di Milano il tasso di disoccupazione è cresciuto sino al 7,8%. Livelli mai raggiunti negli ultimi quarant’anni

Milano non è più assetata di lavoro e i dati sul ricorso agli ammortizzatori sociali sembrano confermarlo: a marzo la cassa integrazione in tutta la Lombardia è cresciuta del 10% rispetto l’anno precedente. Pesa soprattutto la crisi dell’industria nelle provincie non capoluogo, ma anche a Milano c’è eccedenza di offerta: traducendo le ore di cassa integrazione in posti di lavoro, sarebbe come a dire che, a settembre 2012, in tutta la provincia c’erano 11.000 persone in più rispetto ai posti di lavoro disponibili nell’industria, 4.300 nei servizi. Nel primo trimestre 2013, i dipendenti in entrata sono stimati in 11.020 contro 12.800 in uscita.

La cronaca dell’occupazione è, non diversamente dalle altre città, un bollettino di guerra: l’ultimo dossier della Cgil dice che licenziano le grandi catene di distribuzione (Carrefour 109 posti, Darty 161, Fnac 200), gli hotel (fuori in 87 dallo storico Hotel Principe di Savoia), le multinazionali come Nestlè, Sony, Kodak. Cifre mai viste, a queste latitudini.

Un quadro a tinte fosche dove pesa soprattutto la crisi del commercio, del turismo e dell’industria.

Chi va a Milano ci va soprattutto per trovare posto nei servizi di supporto alle imprese (uno su cinque), nel settore dei servizi di informazione e comunicazione (17%), nelle attività professionali, scientifiche e tecniche.

Ma che posti di lavoro sono? In gran parte contratti atipici, a tempo determinato, partite Iva. Regna il precariato in una delle città più care d’Italia per gli affitti. Mentre nel primo trimestre 2013 calavano le assunzioni, crescevano invece i contratti in somministrazione (2.950 entrate contro 760 uscite) e i collaboratori a progetto (3.500 contro 1.070).

Il processo di deregolamentazione del lavoro ha creato in Italia un esercito di lavoratori precari da 3.315.580 milioni di persone, più di mezzo milione delle quali lavorano per lo Stato, il più grande sfruttatore di lavoro precario al mondo. Il reddito di queste persone è di 927 euro mensili per i maschi e 759 euro per le donne. Queste cifre sono utili per dare un’idea della povertà dilagante nel nostro paese.

E  le cose non vanno certo meglio per chi è già approdato alla pensione.Su un totale di 16,7 milioni di pensionati, quasi 8 percepiscono una pensione inferiore a mille euro al mese, oltre 2 milioni non arrivano a 500.

Il quadro che ci viene fornito ci costringe ad una urgente riflessione attorno ad una proposta politica concreta e condivisa capace di offrire uno sbocco collettivo alle singole vertenze e ci impone altresi’ una visione inscindibile tra la lotta per il lavoro e la lotta per i diritti sociali, che deve necessariamente tradursi in una prospettiva di rivendicazioni unitarie capaci di mettere insieme le esigenze sociali di un “non lavoro” sempre piu’ diffuso e le necessità di un mondo del lavoro sempre piu’ frammentato e svuotato di diritti e dignità.

Occorre tornare a ragionare a livello di prospettiva e non solo di contingenza, stabilendo degli obiettivi essenziali concreti e condivisi, mutuati dalle esperienze di lotta nei territori ed elaborati nell’ottica di un modello di sviluppo alternativo al capitalismo, al fine di costruire un grande movimento che unisca le lavoratrici ed i lavorotori, i disoccupati, i precari, i giovani, studenti, le donne e gli anziani.

 

Cos’è effetivamente cambiato nel mondo del lavoro?

Suggeriamo qualche riflessione su una tesi emersa nel dopo ‘68, ma sposata per qualche tempo dal principale dirigente della Cgil, Luciano Lama, non sospettabile di infatuazioni rivoluzionarie: la tesi secondo cui il salario doveva essere assunto come una variabile indipendente. Aggiungiamo anche lavoro certo, diritti e democrazia

Per inquadrare questo aspetto, non  è forse inutile richiamare, sia pur schematicamente, i tratti essenziali di una società capitalistica:

  1. i produttori sono separati dai mezzi di produzione che sono monopolizzati da una classe ben definita, la moderna borghesia;
  2. la produzione è fondamentalmente produzione di merci;
  3. la forza-lavoro è essa pure una merce con relativo mercato: la sua specificità risiede nel fatto che solo una parte del valore che produce, quella essenziale, va al soddisfacimento dei bisogni di sopravvivenza dei lavoratori e delle loro famiglie, mentre dell'altra si appropriano i proprietari dei mezzi di produzione.

In realtà, una parte può aumentare solo a condizione che l'altra diminuisca, in termini assoluti ma anche in termini relativi.

Mezzo secolo di vicende economiche

Ricordiamo che, approssimativamente nell'ultimo mezzo secolo, si sono alternati periodi di crescita e periodi di contrazione dei profitti e, nei momenti di maggiore ascesa, grazie alle lotte operaie, cioè grazie a rapporti di forza socio-politici, aumentavano pure i salari.

Grosso modo, alla metà degli anni '70 la tendenza generale si invertiva: erano colpiti duramente e maggiormente i salari, anche se neppure i profitti restavano indenni (in molti settori si contraevano, in altri addirittura scomparivano).

La globalizzazione neo-liberista degli inizi anni ’90 teorizzava che liberando l’economia da “lacci e laccioli”, con un’opera di privatizzazioni e liberalizzazioni, si sarebbe generato, prodotto, un miglioramento delle condizioni di vita per famiglie, imprese, ecc.

Quel che è avvenuto, ed è sotto gli occhi di tutte/i, è stata una progressiva, costante “destrutturazione” sociale, con la crescita di disuguaglianze, un generalizzato impoverimento.

Oggi il capitalismo finanziario globalizzato fa un’operazione simmetrica: ripiega su se stesso e non avendo più territori da occupare fuori da quelli dell’Occidente, rioccupa il territorio nazionale tentando di recuperare quanto gli è stato “sottratto” dalle lotte operaie e democratiche (lo stato sociale, il potere contrattuale dei lavoratori, ecc.).

E’ quello che avviene oggi in Europa ed in Italia: l’egemonia sulle istituzioni, sul piano ideologico, del grande capitale, è molto forte.

Quella che è in atto è una gigantesca trasformazione dei meccanismi di accumulazione in senso più capitalistico.

L’Europa della moneta unica e dei parametri di Maastricht (1992), priva di istituzioni politiche elettive, aveva accettato il dogma neo-liberista e la finanziarizzazione dell’economia.

La crisi economica del 2007 ha messo questo in discussione e la risposta è stata il formarsi di un “nuovo capitalismo” con l’obiettivo di rioccupare spazi interni nazionali, con l’ambizione di imporre una “costituente politico-istituzionale”.

Cos’è la troika – Unione Europea, Banca Centrale europea, Fondo Monetario internazionale – se non questo in embrione: nella nuova Europa non c’è spazio per la sovranità popolare, si prevede solo l’omologazione della politica alle scelte dell’economia (tecnocrazia).

Il “più Europa”, vuol dire, per molti, affermare il dominio della “tecnica”, cioè della burocrazia europea (BCE, commissione europea) che si fa passare per “neutrale”, rivendicando di operare a favore dei mercati efficienti, ma che in realtà è subordinata agli oligopoli europei.

I governi prendono le decisioni a Bruxelles e poi, a livello nazionale, le fanno passare per inappellabili in quanto europee: così in Italia, in Grecia, ecc. la politica ha abdicato al suo ruolo, allineandosi a questo processo che mette la democrazia in pericolo, il rischio imminente è l’avvento di una fase post-democratica con governi oligarchici a livello nazionale ed in Europa.

Il governo dei tecnici non è una “toppa”, bensì una forma nuova di una fase dello sviluppo capitalistico che, se l’operazione riuscirà, è facile prevedere il formarsi di nuove società ademocratiche, neo-autoritarie.

In questo contesto i tratti essenziali del capitalismo in primis e la ricerca del massimo profitto si sono accentuati all'estremo: quello che avveniva in aree prima ai margini dei processi economici oggi influisce sempre più direttamente su quello che avviene, in particolare in materia di salari e di occupazione, negli stessi paesi capitalisti più sviluppati: salari e profitti tendono a divenire più che mai variabili indipendenti l’uno ( profitto) a discapitodell’altro (salario).

Per invertire la tendenza in atto oggi che ripropone nella sostanza il vecchio modello di sviluppo modificato in peggio, è assolutamente necessario partire dall'esigenza primaria della rivalutazione delle forme di lavoro, dei salari, delle pensioni , dei diritti  e dello stato sociale, da molti anni a questa parte messi drammaticamente in discussione.

Ed è egualmente necessario non perdere mai di vista che perché il salario non sia più una variabile dipendente, cioè cessi di essere una merce, sia imprescindibile che non vigano più i rapporti di produzione capitalistici.

Analogamente, è giusto avanzare obiettivi democratici nel quadro di una Unione europea costruita senza la partecipazione democratica dei popoli, ma non va dimenticato che una Europa veramente "altra" presuppone nuovi rapporti di produzione nel quadro di istituzioni politiche qualitativamente nuove. In conclusione, facciamo i conti con  quella che resta la contraddizione cruciale di questa fase: quella tra capitale e lavoro.

Trasformazioni “rivoluzionarie” appaiono sempre più indispensabili e urgenti per uscire da un contesto devastante di ristagno economico prolungato e di crisi tout court, di un succedersi di guerre senza fine e di galoppante distruzione dell'ambiente, ma non si sono ancora stabiliti i necessari rapporti di forza a livello di grandi masse, ne tantomeno si sono costruiti i livelli di organizzazione e di coscienza colletiva necessari per queste trasformazioni.

Reazioni, lotte, rivolte, che pur esistono ed esprimono una “potenzialità”, restano senza una “vera guida” sindacale, politica, capace di indirizzarle in una prospettiva per le forze di sinistra che sappia coniugare il “bisogno” di oggi con il “desiderio” di domani , proponendo una concreta alternativa di società che vada aldilà delle singole vertenze.

Occorre rompere lo schema secondo il quale tutte le scelte di natura politica ed economica devono operarsi dentro le cosiddette compatibilità di sistema.

In Italia la massimizzazione della produttività aziendale viene ricercata attraverso la riduzione del costo del lavoro che si traduce in riduzione dei diritti, del salario, della sicurezza delle tutele ambientali nonché al ricorso incontrollabile alle forme di lavoro precario .

Negli ultimi decenni a fronte di una riduzione drastica del potere di acquisto di salari e pensioni, nonché alla riduzione vera e propria delle retribuzioni attraverso il ricorso generalizzato al lavoro precario, i profitti sono schizzati alle stelle.

Nella gestione di questi utili e profitti le scelte industriali sono state caratterizzate dal fatto che gli investimenti invece che essere indirizzati in ricerca ed innovazione sono andati verso gli investimenti e speculazioni finanziarie (bot, cct,  buoni del tesoro e quant’altro).

 Queste scelte hanno anche prodotto l’incapacità di stare sul mercato e di essere concorrenziali. Per rimediare a questo fatto la soluzione che si cerca oggi come ieri per essere concorrenziali è quella di recuperare produttività aziendale solamente attraverso la riduzione del costo del lavoro incidendo sui salari e diritti nonché sulla sicurezza invece che sull’innovazione dei cicli produttivi e dei prodotti  dando per scontato che il treno è ormai perso.

Si è cercato di ottenere riduzione dei costi anche attraverso le esternalizzazioni e le delocalizzazioni industriali verso quei paesi dove il costo del lavoro è molto inferiore e dove i diritti e la sicurezza sono praticamente assenti ( vedi anche inquinamento ambientale) importandone  tutte le condizioni lavorative negativie (dumping sociale)

Tutto ciò è stato realizzato attraverso una propaganda ideologica che vuol far credere che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e oggi ci tocca pagare il conto.

Viene sempre di più indicata come soluzione per sopravvivere la spartizione della miseria innescando una nauseante  guerra tra i poveri: meno pensioni per favorire le nuove generazioni, meno salario e diritti e meno stato sociale per garantire più occupazione attraverso il sostegno pubblico alle imprese (incentivi, meno tasse, investimenti in infrastrutture inutili)

In questo processo è in corso una divisione tra le forze del lavoro e il mercato del lavoro, fra un numero sempre più ristretto di lavoratrici e lavoratori a tempo pieno e indeterminato e una quantità sempre crescente di disoccupati ed inoccupati; a questo si accompagna il rapidissimo diffondersi di un'ingente quantità di figure precarie ed atipiche, con scarsi diritti e basse retribuzioni.

Per tutte queste figure di lavoratrici e lavoratori aumenta lo sfruttamento e l'alienazione, ossia tanto la rapina del valore prodotto dal loro lavoro, quanto l'estraneità del loro lavoro e del suo prodotto dalla loro persona. Questo doppio "aumento", che caratterizza la natura astratta del lavoro nella società capitalistica, non si realizza solo sul piano quantitativo, ma anche e soprattutto, su quello qualitativo.

Questo è particolarmente evidente nella condizione del lavoro precario, non a caso assunto come simbolo della condizione generale del lavoro nell'epoca della globalizzazione: sfruttamento ed alienazione gravano sul lavoratore atipico non solo durante il periodo di lavoro, ma anche prima e dopo. La condizione strutturale di insicurezza ed incertezza continua l'ansia della ricerca di lavoro e di reddito, rende totale la dipendenza del lavoratore dal sistema complessivo dell'organizzazione capitalistica del lavoro; il tempo di vita diviene una funzione del tempo di lavoro, paradossalmente proprio quando questo scarseggia o manca del tutto.

RICOMINICIAMO DAL SALARIO

Proponiamo di individuare un nuovo baricentro della lotta operaia e popolare non solo per rispondere alle esigenze immediate di una condizione del lavoro che peggiora ogni giorno che passa, ma anche per una ragione più di fondo e di prospettiva.

La costruzione di un'alternativa all'attuale società non può che procedere sulla spinta dei soggetti sociali più deprivati di potere e identità dall'attuale rivoluzione capitalistica e nello stesso tempo non può eludere gli aspetti strutturali su cui questa fonda la sua forza, cioè il sistema di proprietà e quello di potere. Una scelta di lotta essenzialmente per via contrattuale non sarebbe in grado di aggredire questi due giganteschi aspetti. La ragione non sta solo nell'indebolimento del ruolo contrattuale del sindacato, peraltro così evidente in questa fase e che quindi vogliamo pienamente riguadagnare, ma anche nell'esaurirsi degli spazi per operazioni riformiste e redistributive di tipo classico, degli ingenti processi di privatizzazione in corso. Il mondo del lavoro, del non lavoro, del precariato si trova così immediatamente di fronte il problema della proprietà e degli assetti di potere, in modo assai più diretto che nel passato. Per questo la dimensione politica e legislativa dell'iniziativa operaia e sociale diventa non solo determinante in ultima analisi, ma condizione per la ripresa stessa di una nuova capacità di contrattazione.

Affrontare la questione salariale nella sua complessità significa promuovere una ripresa della lotta per consistenti aumenti salariali e retributivi, visto anche che siamo agli ultimi posti in Europa sia dal punto di vista del costo del lavoro che da quello del salario reale; significa attuare una riforma che comporti un'immediata riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente; significa intervenire sulle tariffe e sui prezzi dei servizi e delle prestazioni sociali, fino a prevedere adeguate fasce sociali fino alla gratuità per i settori della popolazione che versano in condizione di indigenza e di povertà; significa indicizzare le pensioni al costo reale della vita.

LA CONDIZIONE DELLE DONNE

Sulle lavoratrici continua a pesare - e sempre più pesa a causa delle strategie neoliberiste di smantellamento del welfare state - il doppio lavoro del produrre e riprodurre; pesano maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro, sperequazioni salariali, rallentamenti nelle carriere professionali; pesano tutte le forme della precarizzazione del lavoro che non a caso riguardano soprattutto le donne.

Tutta  la legislazione sulla maternità poi è stata costruita per le lavoratrici “standard”, quelle dipendenti e a tempo indeterminato, ma solo una parte delle giovani donne rientra oggi in questa categoria. E tutte le altre? Collaboratrici a progetto, professioniste e partite Iva, lavoratrici precarie, donne che ancora non lavorano? A guardare gli ultimi dati Istat, c’è da restare stupefatti: il 43% delle donne italiane con età inferiore ai 40 anni (ma ben il 55% di quelle che ne hanno meno di 30), se decidono di avere un figlio non accedono alla maternità con tutti i diritti previsti dalla legge: non ricadono infatti tra le lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato che sono il “target” di riferimento della legge 53/2000. Le madri si scontrano con le tutele scarse e, in alcuni casi, assenti, di un welfare non a passo coi tempi, oltre che con la scarsa offerta di servizi all’infanzia. Il risultato è, spesso, la scelta di non avere figli o, viceversa, l’abbandono del posto di lavoro dopo la nascita di un bambino. I padri non sempre se la passano meglio: disincentivati da indennità risibili, malvisti dalle aziende se chiedono il congedo, precari.

AMBIENTE E OCCUPAZIONE

La globalizzazione capitalistica insegue lavoro e ambiente al loro più basso costo. Così come quelle del lavoro degradano ulteriormente le condizioni ambientali e i fenomeni di crisi invece che essere affrontati si aggravano, rischiando l'irreversibilità.

La crisi energetica e climatica rappresentano ormai una doppia realtà incrociata che mette pesantemente in discussione la possibilità stessa di coesistere con questo sviluppo di una civiltà socialmente progressiva.

Così l'agricoltura diventa un reparto all'aperto del ciclo produttivo industriale, diviene uno dei punti alti dello scontro per gli assetti della proprietà, per i rapporti tra finanziamenti europei e colture, per riconnettere il ciclo produzione-trasformazione-distribuzione garantendo la sicurezza alimentare che è divenuta una gigantesca questione europea.

In Italia lo sfascio del territorio è solo la punta dell'iceberg di una crisi nel rapporto tra sviluppo ed ambiente che viene da lontano ma si aggrava sempre più. E' indispensabile per battersi per il lavoro e per la sua qualità, un'idea del tutto diversa dello sviluppo che sia fondata sull'esigenza non solo di risultare sostenibile ma di essere fattore attivo di riqualificazione e riproduzione dei cicli naturali, ponendo a tal fine in radice il tema della qualità della produzione, dei prodotti e dei consumi insieme a quello di una nuova economia non mercificata.

I SINDACATI NELLA NUOVA CONGIUNTURA ECONOMICA
I vari settori produttivi e territori subiscono, all’interno del nostro paese e dell’area europea,  effetti diversificati.

La crisi come ormai è evidente non è uguale per tutti: non lo è tra i vari settori di padronato in Europa, come non lo è nei settori popolari e tra i lavoratori dei diversi paesi e all’interno degli stessi Stati dell’Unione. Ad esempio, ben diversi sono in termini salariali i rinnovi dei contratti collettivi in Germania dai rinnovi che troviamo in Italia, cosa certamente non dovuta alla generosità del padronato tedesco ma ai diversi margini di profitto e di redistribuzione.

Pensiamo alla destrutturazione della contrattazione collettiva. Essa non è l’indebolimento del contratto nazionale collettivo,  ma un rafforzamento dello stesso in chiave di gestione di tali processi di diversificazione (voluta o subita dal padronato); i contratti collettivi così come vengono ridisegnati sono la cornice che rende possibile e regola la frammentazione delle condizioni contrattuali, salariali, normative dei lavoratori. Ricordiamo che una crisi dell’efficienza della contrattazione e della rappresentanza ha investito anche la stessa Confindustria ed ha avuto la sua “rappresentazione” con l’allora fuoriuscita non solo di Fabbrica Italia di Marchionne ma anche di altri importati pezzi della rete confindustriale e la minaccia di ulteriori defezioni.
A livello di rappresentanza sindacale i processi in atto cominciano a segnare ulteriormente il ruolo e l’utilità delle organizzazioni sindacali rispetto ai lavoratori e ai disoccupati.
Oggi piu’ che mai sarebbe necessario definire e realizzare un  modello organizzativo capace di rispondere  alla frammentazione delle condizioni lavorative e contrattuali, sociali e territoriali e alla dispersione di una coscienza e conoscenza patrimonio storico del movimento operaio.
Vediamo infatti come le lotte (che esistono perché nonostante tutto il conflitto è ineliminabile) rimangano slegate e limitate alla vertenza specifica, questo a fronte della tendenziale chiusura/riduzione delle possibilità reali di incidere localmente ed aziendalmente; nelle stagioni più intense di scontro e di avanzamento nelle conquiste del movimento dei lavoratori, la connessione (anche a livello individuale e locale) tra la lotta particolare e un progetto complessivo era patrimonio di interi settori sociali, di un quadro militante sindacale diffuso.

Oggi avremmo bisogno - più di ieri - di una organizzazione sindacale con i piedi ben piantati nei luoghi di lavoro e nei territori, ma dove un quadro dirigente e militante diffuso e capillare abbia una conoscenza e coscienza collettiva e condivisa delle dinamiche in atto, non solo nell’azienda e nel settore ma a livello generale: dalle politiche di austerity imposte dall’Europolo fino all’esigenza concreta di rimettere radicalmente in discussione lo stesso modello di società.

Altrimenti si corre il rischio, nel peggiore dei casi, di dare voce alla sola frammentazione sociale e sindacale fino a scomparire in essa, relegarsi a fare da amplificatore alle seppur importanti ma limitate esperienze di resistenza. Per questo è prioritario il massimo impegno perché si recuperino e si rinnovino le condizioni e gli strumenti per la generalizzazione di una opzione di trasformazione nel mondo del lavoro e del non lavoro.

CREARE LAVORO IN TEMPO DI CRISI

La crisi che sta attraversando il mondo del lavoro, anche in termini di occupazione, rende necessario lo sviluppo di attività professionalmente più evolute e oggettivamente utili, perché non solo riducono il consumo di risorse che stanno diventando sempre più rare, ma anche gli effetti negativi sugli ambienti che inevitabilmente ne derivano sia in fase di prelievo, sia in fase di utilizzazione.

Negli ultimi anni, per far fronte alla recessione, i governi hanno adottato le tradizionali misure di politica economica a sostegno della domanda: riduzione della pressione fiscale; deroghe alle norme urbanistiche per incentivare la ripresa dell’attività edilizia; incentivi all’acquisto di beni durevoli: automobili, mobili, elettrodomestici; copertura dei debiti delle banche con denaro pubblico (oltre 700 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti); grandiosi piani di opere pubbliche.

Queste misure non solo non sono state in grado di rilanciare il ciclo economico e ridurre la disoccupazione, ma hanno fatto crescere i debiti pubblici al limite dell’insolvenza. Per scongiurare questo pericolo i governi hanno bruscamente capovolto la politica economica, adottando drastiche misure di contenimento della spesa statale che tolgono ossigeno alla ripresa economica e alla prospettiva di ridurre la disoccupazione.

Sono dunque tre i grandi paradossi che caratterizzano il mondo del lavoro.

Il primo è che la crescita da almeno trent’anni non crea occupazione.

Il secondo è che le politiche economiche tradizionali, finalizzate a superare la crisi e a rilanciare la crescita sostenendo la domanda attraverso la spesa pubblica e la riduzione delle tasse, stanno dimostrando di non essere più in grado di farlo.

Il terzo è che il superamento della crisi economica si può realizzare solo sviluppando le tecnologie che consentono di attenuare la crisi ambientale aumentando l’efficienza con cui si usano le risorse, riducendone il consumo e, di conseguenza, gli impatti ambientali che generano.

Per affrontare con probabilità di successo sia gli aspetti economico-occupazionali, sia gli aspetti ambientali-climatici della crisi in corso bisogna fare esattamente il contrario di quanto si è tentato di fare sino ad ora. Occorre indirizzare il sistema economico-produttivo a sviluppare i settori che presentano ampi spazi di mercato e, a parità di produzione, riducono l’inquinamento e il consumo di risorse, in particolare quelle energetiche.

È una pericolosa illusione ipotizzare che si possa uscire dalla recessione riprendendo a fare quello che si è sempre fatto. Occorre aprire una fase nuova, esplorare una nuova frontiera. Non ci si può limitare a misure di politica economica e finanziaria finalizzate ad accrescere la domanda di merci in una logica esclusivamente quantitativa. Occorre adottare criteri di valutazione qualitativa. Non ci si può limitare ad abbassare il costo del denaro per rilanciare investimenti e consumi.

Occorre decidere quali produzioni si ritiene utile incentivare e quali si ritiene opportuno ridurre. Non ci si può limitare a spendere grandi somme di denaro pubblico, che tra l’altro non ci sono, per finanziare grandi opere, di cui si conosce a priori l’inutilità, solo perché si ritiene che possano fare da volano alla ripresa economica, ma occorre finanziarie opere pubbliche che consentono di migliorare la qualità ambientale e la vita degli esseri umani.

 

LE NOSTRE PROPOSTE

Un nuovo sistema universalistico dei diritti nei rapporti di lavoro e nella società è l'unica possibilità per ricondurre ad unità ciò che è stato diviso e persino contrapposto.

Una piattaforma contro la precarietà, la rivendicazione della riduzione dell'orario di lavoro, il salario sociale, l'eguaglianza sociale e l'estensione dei diritti (a partire dall’art. 18 e art. 8), una legge sulla democrazia e la rappresentanza, la stabilizzazione dei rapporti di lavoro negli enti locali, nelle scuole, più in generale, nella Pubblica amministrazione.

 

Per far fronte a questi irrimandabili questioni proponiamo:

Creazione di posti di lavoro pubblici nei settori del riassetto idrogeologico del territorio e delle energie alternative, finanziati con una tassa sui grandi patrimoni e la riduzione delle spese militari

Istituzione del Salario sociale.

Un reddito di base finanziato dalla fiscalità generale – ovvero dalla tassazione delle ricchezze – che tra l’altro permetterebbe di diminuire quella parte del costo del lavoro rappresentata dai contributi sociali migliorando le retribuzioni (tra le più basse d’Europa), le opportunità e l’accesso al lavoro stesso liberando la precarietà dal ricatto.

I periodi di godimento della retribuzione sociale dovranno essere riconosciuti utili ai fini del conseguimento del diritto alla pensione ed ai fini della determinazione della misura della pensione stessa.

Indennità di maternità universale

Un importo da corrispondersi per cinque mesi a tutte le madri, indipendentemente dal fatto che siano dipendenti o autonome, stabili o precarie, che lavorino o non lavorino ancora.

•Riconoscimento del lavoro di cura a livello pensionistico

“Crediti di cura”, sotto forma di contributi figurativi legati al numero dei figli (da corrispondersi in luogo del vecchio beneficio dell’anticipo della pensione per le donne) e integrazioni contributive per i periodi di lavori part-time dovuti ad impegni di cura.

Richiamo alla responsabilità sociale delle Aziende

Una legge nazionale (siamo uno dei pochi Paesi europei a non averla) che obblighi le aziende che delocalizzano a restituire, con gli interessi, tutti i contributi pubblici ricevuti e che preveda la ricollocazione senza soluzione di continuità delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti verso il sistema produttivo nazionale.

Difesa del sistema pensionistico

Cancellazione della contro - Riforma Fornero in materia di sistema previdenziale . approvata con l'art. 24 del D.L. 201/2011 del 6 dicembre 2011 detto "Salva Italia".

  • Rivalutazione delle pensioni in  essere e future rispetto al costo della vita
  • Unificazione degli enti pubblici di previdenza
  • Separazione tra previdenza e assistenza
  • Recupero dei crediti già certificati
  • Intervento sulle pensioni d’oro

 

Riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali per dare un contributo importante per risolvere il bisogno di occupazione.

Ci sono milioni tra i giovani in cerca della prima occupazione, e  sempre più i lavoratori espulsi dal mondo del lavoro che pretendono una risposta concreta. Se questo sistema produttivo si è dimostrato incapace di garantire un lavoro e un salario per tutti, allora è necessario rivendicare la progressiva riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario partendo dalle 35 ore settimanali senza scambi con flessibilità.

Precarietà e una nuova legislazione sul lavoro (legge Alleva)

 

  • Proposta di legge Nuove norme per il superamento del precariato e la dignita del lavoro
  • Modifiche al decreto legge 6 sett. 201 in materia di contratti di lavoro a tempo determinato.

 

Legge sulla democrazia e la rappresentanza per affermare l’universalità di un diritto democratico, quello delle lavoratrici e dei lavoratori di decidere sulle loro piattaforme e sugli accordi.

E' necessario lavorare alla ricomposizione delle forze del lavoro frammentate e divise ed attraversate da una profonda crisi di rappresentanza, acuito a nostro avviso dal recente accordo fra CGIL-CISl-UIL e Confindustria sulla Rappresentanza sindacale.

Occorre dirimere, attraverso un Legge puntuale in materia di democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro, i molti lati oscuri dell’accordo fra CGIL-CISl-UIL e Confindustria, accordo peraltro approvato senza alcuna consultazione dei lavoratori e degli iscritti e che riguarda una platea di aziende, quelle aderenti a Confindustria, che rappresentano una parte assai meno grande del passato delle realtà dove opera il lavoro dipendente.

Tale accordo inoltre si pone in continuità con due precedenti accordi confederali, quello del 22 gennaio 2009 e quello del 16 novembre 2012, entrambi accordi separati ai quali la Cgil non aderì, mentre è in vigore l'articolo 8 della legge Sacconi che manomette e limita il contratto nazionale di lavoro a favore della contrattazione aziendale, di una contrattazione, nella crisi, spesso peggiorativa della condizione dei lavoratori.

L'accordo poi non vede coinvolti i sindacati non confederali, né prevede che lo siano in futuro. Trattandosi di regole che riguardano tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato, la questione non è di poco conto. 

MATERIALI: Locandina, Programma, Appello

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Author of this article: Nadia Rosa

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